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7-5

FEDERICO NIETZSCHE

LA

GAIA SCIENZA

TRADUZIONE DI

ANTONIO CIPPICO

Abito la mia casa, mai imitato ho alcuno; ch'io rido d’ognuno, so pur Maestro, che di non rida.

Scritto sulla porta della mia casa.

TORINO FRATELLI BOCCA EDITORI MILANO EOMA FIRENZE

Corso Vittorio Em., 21. Corso Umberto I, 216-17. (F. Lumachi succ.). Depositario per la Sicilin: OrAZIO Fiorenza - PALERMO.

1905

ie ata 4 2 —_c girone nn n , P P PRETE,

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INDICH

«Gi sE

Prolegomeni del traduttore pa SO i RR POOL: ‘3

Nota . È 7 , x : 7 , n A , N ° GIEXY 1 Proemio ARIE TRI eee a a sl Scherzo, Astuzia e Vendetta ,, prologo in rime tedesche . TOSO SA ; Libro primo . : | 3 n " : A ) n A 7 me28 ni | Libro secondo . x I rnifli 3 2 : . vela , n 67 se > Libro terzo |. Cor LI 2” Libro quarto: Sanctus Januarius È x R a " 7 7 n 155 a Ta199.

Libro quinto: Noî, senza paura . a e RS Appendice: Canti del principe Vogelfrei n i /G+0/ G>. <0 a 257

sr

269

Indice delle materie . i 5 ; 5 7 i ; 7 , n

e. ame PI RR? rar

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: “2 . TRRRRIAINLIIVINLISIIISIIISRA RITIRI III

PROLEGOMENI

« Ci siamo noi, forse, lagnati mai di venire fraintesi, miscono- sciuti, male interpretati, calunniati ed erroneamente uditi? Questa, appunto, sarà la nostra sorte, ahimè, per un ben lungo tempo ancòra! diciamo, modestamente, sino al 1901, è questa, la nostra distinzione; noi non ci stimeremmo abbastanza, se ci augurassimo cho fosse altrimenti. Ci si misconosce, mentre noi diveniamo più grandi, incessantemente ci trasformiamo, ci spogliamo della nostra vecchia corteccia, rifacciamo un’epidermide novella ad ogni primavera, diveniamo sempre più giovani, più fervidi d’avvenire, più alti, più gagliardi, e spingiamo con sempre maggiore energia. le nostre radici nolla profondità, nel Male, cioè, mentre, ad un tempo, abbracciamo il firmamento con un amore sempre più ampio ed ardente, aspirando la luce del cielo con una sempre maggiore avidità, con tutti i nostri rami e con tutte le nostre foglie ,.

Questo frammento della Gaia Scienza (371), nel quale, se pure intriso di melanconia, sono tanti alacri voli di primaverili speranze, risuona improvviso verso la fine del libro, col monito soggettiva- mente fiero di una profezia. Diciamo, modestamente, sino al 1901: è la prima volta questa, che il Nietzsche osa di tanto abbreviare il periodo di tempo, necessario alla piena maturità ed al generale riconoscimento dell’opera sua. Altrove, egli aveva delimitato & trecento anni cotesto tempo, memore forse, nel suo cuore genero=

PROLEGOMENI

«IT ____—____ te ambizioso, della sentenza di Arturo Schopenhauer : tanto Ta v'opera superiore alla sua epoca, quanto più tempo sla per a la sua comparizione e la sua SS sa È Ora, da tre o quattro anni appena, quasi a ia RaTa Lia |

fezia, dall’indomani, cioè, della sua morte, sembra ch'egli i e seo $ sia entrato trionfalmente © definitivamente nel reame luminoso delle realtà ideologiche effettuali: prima, ogli altro non era, anche Ì per i suoi connazionali, così da lui malmenati, anche per gli spi- riti più fraternamente vicini al suo, che oggetto di scherno, di | ripudio, o tutt'al più di snobistico dilettantismo. Il tempo, che smussa le angolosità e leviga le asprezze, aveva avuto bisogno d’appena i due decenni di oblio e di disprezzo, per la fermentazione di questa I opera meravigliosa, la quale degnamente conchiude il ciclo magico di secolare gloria germanica, iniziatosi con la violenza romantica dello Sturm und Drang, accompagnata dalla sublime solennità delle | musiche di Beethoven. Prima del 1901, l’opera nietzscheiana aveva | agito occultamente, così nel dominio estetico come in quello logico ' ed in quello sociale: tutti erano convinti che una terribile energia è

dinamica fosse concentrata, e con sovrumano sforzo rattenuta, in cotesta opera, ma ben pochi sapevano quali ne fossero le ideali virtù caratteristiche, e timorosi, se ne schermivano. Due o tro idee fondamentali appena, fra le cento, fra le mille, come le più

|

vivaci ed irruenti, erano’ riuscite a sguisciar fuori, a guisa di si- I

RIE i i su i dh bilanti serpentelli sfuggenti da un cumulo di covoni d'oro. E la f gente a fuggire via d'ogni parte, esterefatta e pusilla, dinnanzi a

quelle terribili minacce del (troppo spesso confuso con l’; lismo aristocratico, sul quale zione sociale e morale, ed og gida e ribelle disciplina voli poesia di Federico

di F Nietzsche, | Ora, il Eludicare di tutta la mer

la distruzione

Superuomo, dell’'amoralismo teorico mmoralismo) e di quel forvido radica- fieramento s'impernia ogn’investiga- speculazione ostetica di quella ri- ‘ntatis, ch'è l’opera di pensiero e di

avigliosa compagine della costru- filosofica, del più grande scrittore teorie, le quali hanno più valore Italia, u 5 ue > CI sembra essere stato, specie in

A, uno dei pregiudizi eti della nostra cosidetta cultura.

negli ultimi anni, grazie allo diligenti È o n È limpide critiche ospo Sc

PROLEGOMENI Age, IX

rate del Così parlò Zaratustra e del Di dal Bene e dal Male, il pregiudizio che s'appuntava feroce contro tutta la gloriosa opera nietzscheiana, è venuto fra noi a mano a mano smagandosi, onde essa è oggi argomento di studî amplissimi e di serene e fervorose

discussioni.

Questa versione italiana della Gaia Scienza mi sembra, adunque, giungere opportuna in questo momento, ben quattro anni dopo il 1901! —, come di quell’opera del Nietzsche, la quale, a guisa d'un ponte novello lanciato sopra un novello abisso, concatena ed unifica l'antica concezione cosmica estetica e morale del Nostro, con quella nuova, improvvisamente apparitagli di fra le rocce di Surlei, a specchio dol cerulo lago di Silvaplana (1881).

In questo libro, ch'è gratitudine inesausta di un convale- scente, tragica o lirica istoria d'una vigilia di follia, ed anche, so più vi piace, perpetuo ritorno dell’identico ,, nel mondo ideo- logico del Nostro, noi per la prima volta troviamo il Nietzsche apollineo distintamente sdoppiato da quello dionisiaco: Zaratustra gli è passato d’accanto, ed uno è divenuto due ,. Oltre a ciò, noi ritroviamo in queste pagine, primaverilmente rinnovellata, la | antica conceziono eleatica dell’Eterno ritorno, giustificata da lu- cide considerazioni atomiche e matematiche, quale dopo l’avven- tura di Surlei, essa era balenata nel suo spirito, improvvisamente illuminandono tutte le cime e tutte le profondità più nascoste ed intimo. Ed è così che per la prima volta egli, il Nietzsche, medico ed ammalato ad un tempo, mostra di compiacersi di cotesto suo stato psicologico nuovo, derivatogli dallo sdoppiamento interiore, come di quello che gli offre la possibilità di sottili esperienze © di scoperte quasi positivo, come di quello che gli concede un’acutezza insolita d’intuizione, di dal Bene e dal Male, insieme alla penetrante perversità dello spirito, per la quale egli ama risalire, oltre l’epi- dermide avventizia della tradizione civilizzatrice e della cultura livellatrice, agl’istinti primordiali e latenti dell’uomo, ai suoi istinti ferocemente regressivi irreligiosi ed antisociali. Nel proemio di questa Gaia Scienza (1886), egli esalta lo stato vario 6 variabile

della malattia, quello, cioè, che ci acconsente di vivere tante filosofie diverse, quanti sono i differenti stadi di salute, cut Sl

- | ft, Vo, rr"

PROLEGOMENI ‘acere. £ Lo stato degli’ uomini, afflitti da lunga cong I gli più tardi, in Aurora (aph. 114), marti- Dn n, e o e crudelmente, dalle loro sofferenze, e nei e DI n, a la ragione non è turbata, non è senza valore Oa o cicantesca tensione dell’ intelletto che si Pa inni Oo conferisce a tutto ciò ch’essi osser- “da a d'una luce novella ,. A cagione della malattia, quindi l’uomo pensa nel dolore, e del suo gno PR a asce ° si abbevera, con una fine e crudele e lente ori È n n ben ci ricorda la sete e la fame d’Idee, così com avidi fra gli antichi sofisti...

* *

È, quindi, necessario di risalire a cotesto suo Dias De Sia cologico d'allora (1881-1886), per poter scoprire la glia È posta e vera della sua nuova concezione umana e fi de s e quale, come quella d'ogni uomo unigenito, per usare. 20) E definizione del James, si basa esclusivamente sull’ intuizione, intesa nel senso più ampio ed alto della parola. Per mezzo della intuizione, che attraverso alla nebbia della sua coscienza costi- tuisce ormai l’unica lucerna speculativa del suo intelletto, esal- tato dal suo nuovo pessimismo dionisiaco, il Nietzsche può uscire

francamente dalla Filosofia e superare in stesso il filosofo, 0 meglio gli è dato di risalire lungo l’

quel momento della Conoscenza, identità della Poesia con la Fil alcune geniali parole di un r

attività filosofica e poetica a in cui tutta si rivela l’ inizialo osofia, la quale, per ripetere ecente scritto di Francesco Gaeta, fn realizza umanamento nel maggiori dei nostri santi ed eroi,

nutriti, se poeti, di Filosofia, nutriti, se filosofi, di Poesia ,. he cosa c'importa, quindi, so il Nietzsche ami sostituire, nelle sue investigazioni psicologiche, al vecchio istrumento ormai fuori d'uso della Verità, quello ben più reale è positivo dell’utile? Per mezzo di questa nuova misura, egli può stabilire, ogni Morale es- sersi formata e sussistere solo nell'interesse fisiologico etnico 0 O dei singoli o di Po; ond'è che dall’utilità solamente puo svilupparsi ogni osì logica che fisiologica e morale. von de A TEST Dre, czane: ce ama appuntaro tutti i suoi argo-

attività, c riferisce Forza, egli

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PROLEGOMENI XI

menti contro la vecchia e tanto sfruttata ideologia platonica; per il Bello, invece, contrariamente alla concezione schopenbaueriana, per la quale il fenomeno della contemplazione estetica è conco- mitante nella umana vita con la caduta del velo della Maia, onde lo cose emergono fuori, rifulgendo di dall’illusione, dal desiderio e dal timore, nella loro luce essenziale, il N. considera il Mondo e la Vita, come giustificabili ed ammissibili solo in grazia del fe- nomeno estetico; onde la Volontà è inestetica per eccellenza (vedi Zaratustra), Sessa non venga a sua volta esaltata ed intensificata.

Da questi duo criterî del Bene e del Bello, consegue la sostitu- zione, introdotta dal N., del determinismo della Forza, quale sca- turigine diretta di qualsiasi attività materiale ed intellettuale, alla Volontà schopenhaueriana: l’Idea, quindi, non è altro, per il N., che un’espressione della Forza, contrariamente a Platone ed ai suoi epigoni, fondatori di religioni o di sistemi filosofici, i quali asserivano, dall’Idea poter unicamente venire generata la Forza. La Forza è, per il N., l’unica realtà positiva indiscutibile e tan- gibilo, e l’unica infallibile misura dei valori nuovi. La Verità non è altro, invece, per lui, che l’espressione ultima e trionfante della credenza: la credenza per stessa essendo, a sua volta, l’emana- zione diretta del desiderio.

Giova, però, avvertire che il Nietzsche lo Schopenhauer sono riusciti, malgrado le loro, più apparenti che reali, contrad- dizioni, ad esaurientemente rispondere al gravissimo quesito. Se, infatti, noi sopprimiamo, insieme allo Schopenhauer, l'Io, amore di tutte le affermazioni nietzscheiano, avremo una caotica confu- sione dei concetti estetici coi morali, come che, negato l'egoismo, sia forza di necessariamente negare anche la Vita!

Se ameremo, invece, di far derivare, col Nietzsche, il Bello dalla Forza, non n’avremo perciò un più limpido e definitivo criterio, non facendo egli, il N., altro che risalire alla Forza, così per lo Idee che per i concetti del Bene e del Male.

Per Arturo Schopenhauer, quindi, sublime metafisico, la Vita non ha altro fine che quello di dimostrarci, col dolore, il fatto che sa- rebbe per noi molto meglio di non viverla. Per Federico Nietzsche, fisico per eccellenza, in ispecie all’epoca di questa Gaia Scienza, il dolore è determinante di grandezza e di potenza. i Per guarire e per dimenticare il dolore, il N. consiglia un unico rimedio: di fare come il serpente, di cambiare, cioè, la pelle, ed

PROLEGOMENI

in questa Gaia Scienza, ogli cambia per la terza volta la pelle! sfuggendo per tal modo alle conseguenze del dolore, pur tut- tavia, rimanendo per umana necessità, nell’ambito istesso del do- lore. Questa, l’unica àmaMarn dell'Universo fenomenico!

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Delle quali teorie, sinteticamente esposte, che possono venire considerate fondamentali nell’opera del Nietzsche, tanto a sua volta aliena da qualsiasi angusta coercizione di sistemi, questo libro sembra essere così il fulcro che il momento di transizione, o meglio, di trasformazione.

In questo, come negli altri suoi volumi, il Nietzsche, nella stessa : guisa del Leopardi, tanto da lui istintivamente venerato, realizza quel grande mendacio, acutamente osservato da Francesco de Sanctis negli scritti del poeta italiano: il distruttore costruisce, il negatore afferma, il pessimista vede roseo...

Il mondo è già troppo pieno di coloro, cui è bene di predicare la Morte » Afferma il Nietzsche nel Zaratustra. Ond’è ch’ogli pre- ferisce di predicare la Vita ai vivi; e nulla esige dalla Vita fuori che la Vita istessa: talmente che il suo Imperativo categorico, il quale si alza solenne, così da queste pagine, come dalla residua opera sua, è: Dirieni quel che tu sei! ,.

A RE Roraizione tutta Leo damcente si riafferma in questa spiriti del Poeta ci tompesgi, R3On0 specialmente, mentre gli Mare, irradiandosi ) peravano lungo 1 lidi sonanti del nostro

lasserenandosi finalmente la sua cupa melan-

conia, SSR di E ei di ridere omai di tutti i sistemi filosofici, le verità, » di tutte lo morali, di tutte le teorio e di tutte

. Chè se 1 » È

ed irta, SERE Sfgriore di questo libro sembri ancora aspra

caustica e profetio nutrita di splendida bilis, a differenza della

buirne la cagione A “npassibilità del Zaratustra, gioverà di attri-

di cui abbia i; Ù A quell intuizione profonda breve e violenta,

è dato all’indionati O Più sopra, temperata dalla uale, soltanto Ras neignatio di facere versusi de: È versi, in quest >

dianatio a. "Opera, ci TE Tignalio 6 dalla congenit » © sono limpidamente scaturiti dall’in- ae melanconia, ed hanno il respiro ampio

i ca canoro del nostro Men a ara i escenza opalina dei nostri cieli, la

dubita

PROLEGOMENI

continuità espressiva, modulata su melodie eolie, della nostra razza e della nostra lingua, nelle sue epoche più gloriose di Rinascita!

; Non per niente noi, la cui sapienza è, a guisa di quella di Socrate, fatta di sogno, amiamo di scorgere, pitagoricamente ri- nati nel Nietzsche, lo spirito del greculo Empedocle d’Agrigento e quello del divino poeta delle Cose, Lucrezio!...

AntonIO CrePICO.

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Questa Gara Screnza, della quale noi abbiamo tentato di fornire una versione il più che ci fosso stato possibile letterale, è stata abbozzata ed architettata dal Nietzsche, dopo la pubblicazione di Aurora, nel luglio e nell'agosto 1881, a Sils Maria; continuata, quindi, nel medesimo anno e nel principio del successivo, a_ Ge- nova, nella quale città egli rattemprò i suoi spiriti al molle fiato marino del più soave mese di gennaio , (1882), il Nietzsche ne compì l’attuale organica unità, fra Messina (aprile dello stesso anno), Fantenburg presso Dornburg, Nizza e Ruta presso Genova (1886). I numeri 1, 2, 4, 5, 6, 8, 9, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 32, 33, 37, 40, 41, 48, 44, 45, 47, 55, 56, 59, 60, 61 e 63 degli apo- tegmi ed epigrammi del prologo rimato Scherzo, astuzia, vendetta » furono scritti a Messina, mentre i residui trentacinque risalgono ancora al primo inverno genovese, al cui tepore dev'essere ram- pollato nel cuore del Nietzsche il quarto libro dell’opera : Sanctus Januarius. Giova citaro qui alcune delle varianti dei titoli, apposti originariamente ai versi del prologo, e quindi ripudiati dal poeta stesso: 3

N. 3, originariamente: La profondità ».

» È, orig.: Alle nostre virtù ,, 0 anche: di virtuosi n. n 12, , “A un fratello del sole ». n 13, , Ghiaccio liscio ,, o anche: Saggezza di dan- zatori ,. » 16, , “Il viandante ,. » 36, n “Ai miei cinque prini libretti . 39,» “* Morale estiva n,0: Morale solare n.

eran e pr È

N. 47, orig.: IL divino ». MAO II me 5 « Pio desiderio ». | È i ) L'autore parla 2310 ANCOrR: Il RR i . 54, , “Al mio (ai miei) lettore (@) », 0 anche soltanto: & Al lettore ,. e; 55, » “Il realista , 0: Impossibilità del realismo x. - 59, =“ Chi legge quel ch'io scrivo? no i | , 61, » È Ultima ragione dell'esistenza ,, ovvero: In media VA n.

La Gaia Scienza è stata pubblicata nella sua forma primitiva, composta di quattro libri e del prologo in rime tedesche, nell'agosto 1882, presso l'editore E. Schmoitzner di Chemnitz. Quale motto essa ostentava le parole di Emerson: Al poeta e al sapiente, tutte le cose sono familiari e sacre, tutti gli eventi, utili, tutti giorni, santi, tutti gli uomini, divini ,.

Nell'autunno del 1886, il Nietzsche aggiunse a questa prima compilazione della Gaia Scienza mil Proemio ,, insieme al libro quinto ed ai * Canti del Principe Vogelfrei ». Il libro quinto deve, quindi, risalire al soggiorno di Nizza del 1886. Dei Canti del Principe Vogelfiei ,, La Vocazione del Poeta, Nel Mezzogiorno, Beppa la devota, La navicella misteriosa, Canzone d’un pastore teocriteo, IL pazzo in disperazione, devono essere stati scritti î Messina nel 1882; Contro queste anime incerte, invece, e Verso SR nell'estate 1882, assai probabilmente a Fantenburg;

Sg ne] puncipio del 1883, a Rapallo; Al Vento mae-

strale, nel 1884. a Ni i ici ; 228; La mia felicità, nella primavera dello stesso anno, a Venezia; Si/s- È

bilmente, però D Maria è di data incerta, assai proba- vicino a Silva] del 1882 6 dopo l'avventura di Surloi na ana; A Goethe, nell'autunno del 1884. Sei di questi nie, avevano già vista la luce in un opu-

natschrift, edita da Ernesto Schmeitzner esito titolo d’Idillî messinesi, i versi i] °° ill non sono più stato comprese. si a Nietzsche aveva ideato da prima di ipolati c sone a s0, dopo averne per più volte edizione della È Ifoli che il testo e la disposizione. OPo, cioò, che il Niot Scienza apparve nell'autunno i » letzsche era Scomparso dal mondo i

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la cette en OT IE TE ea

A seconda del 1894, dl

NOTA XVII We _10aue o ———= ambiente dei fenomeni, e penetrato nelle ombre cieche della follia; la terza, nel 1896, presso il Naumann di Lipsia. i A l

Questa traduzione italiana è stata fornita sull’ultima edizione di Lipsia (0. Q. Naumann) del 1899: letteralmente il più che ne sia stato possibile, come accennammo in principio ; chè non solo per la prosa nietzscheiana, anche per la poesia stessa, la quale, A quanto sembra, è la meno (sinora) nota in Italia e forse anche in Francia, malgrado la versione compiutane dall’Albert, accurata, ma fredda e priva dell’afflato lirico, onde vanno adorne le rime del Nostro nell’idioma originale, abbiamo tentato di fare opera di trasmigrazione, riconducendo fra noi Italiani il volo ampio e pos- sento di questo gagliardo manipolo d’Idee giovinette e di stridule strofe, balzate, nella loro maggiore e miglior parte, dalle rupi ferrigne, contro le quali s'infrange, lungo i nostri lidi, il Tirreno dalle bianche e vaste criniere.

E come i periodi di questo libro, nella loro forma originale, ap- paiono corruschi ed irti e beffardi, a simiglianza dei basalti tirreni flagellati dalle onde, non lungi da Portofino, amore del Poeta, ab- biamo cercato di domare e di avvincere gli spiriti ribelli della nostra lingua, atti meglio ad accogliere le musiche d'una melo- diosa sinfonia d’Idee foggiate sul metro antico della Grecia e di Roma, che non le irruenze e le spezzature nervose ed aritmiche di questa tragica leggenda d’un’anima nordica moderna. La nostalgia in tutto il libro insistente del nostro Mezzogiorno, ci ha, però, agevolata la fatica, come quella, la quale ha cullato e temperato questi pensieri, nel loro sbocciare, sotto la sferza rude e feroce del nostro sole, nel murmure lontano e pacato del mare nostro, che ne ha levigata ed armonizzata, col suo fiato salmastro, l’epidermide aspra ed irsuta.

i I periodi, quindi, della prosa sono stati conservati in questa ver- sione, quali sono nell'originale tedesco, così nel loro apparente ag- grovigliamento formale ed ideale, come nella disposizione grafica e nella interpunzione, onde lo pause ed i tempi hanno, se pure bal- zmo meno improvvisi e tronchi per la natura stessa dell’italiano, il medesimo respiro ampio o interrotto dell'originale.

Noi abbiamo, dunque, cercato non di avvicinare, come si usa dalla maggior parte dei traduttori, se italiani in ispecie, il nostro aa andare noi verso di lui, e di rivestirne il pen-

più limpide e pure forme nostrane, evitando, sopra tutto,

F. . . Nierzsone, La gaia scienza. Ù

e ini

NOTA XVIII

di fare ciò che molti, insieme al Caro, hanno amato: d’ingrassare,

cioè, la nostra traduzione cor di molta ciarpa. | Per le liriche, abbiamo seguito lo stesso metodo rigoroso, noi

essendoci unicamente proposti di trasportare un eguale suono sopra un differente istrumento: conservando, quindi, nella nuova forma, noi limiti del possibile, non solo la lettera e lo spirito, anche l'architettura strofica e la metrica dello poesie; ond'è che quasi sempre, la versione italiana non supera d'un solo verso il numero dei versi dell’originale.

E questa versione dei poemi è stata il soddisfacimento migliore derivato dalla nostra dura e diuturna fatica, la quale ci rende lieti di condurre oggi, per la prima volta, agl’Italiani, questo grande Poeta germanico, nella sua propria veste originale, intessuta, più

che d'altro, di stile, nel senso più ampio e nobile e generoso della parola.

A. C.

GEERD DAGAIAAAANNANGNA OGOEOIGITAIDIOG Sa Ss

dille

Proemio della seconda edizione.

A questo libro sarebbe, forse, necessaria tutt'altra cosa che un

Proemio; e, malgrado ciò, un dubbio continuerebbe pur sempre a sus-

lo. sistere: se, cioè, qualcuno, senza avere vissuto alcunchè di simile, possa, a mezzo di Prefazioni, approssimarsi a ciò che di personale è

contenuto in questo volume. Il quale sembra essere scritto nell’eloquio

di un vento primaverile, nel cui fiato il gelo si disfa: petulanza, jrrequietudine, contraddizione ed il vento d’aprile vi sono perfusi,

da fare incessantemente riflettere alla vicinanza dell'inverno,

come anche alla vittoria sull’inverno, la quale viene, deve venire

e, forse, è già venuta... La gratitudine lo pervade inesausta, come

se la cosa più inattesa siasi realizzata, la gratitudine, cioè, di un convalescente, imperocchò cotesto evento inatteso fu la guari-

gione. Gaia Scienza ,: ciò significa bene i Saturnali di uno spirito,

il quale ha pazientemente resistito a una terribilo e lunga pres-

sione, pazientemente, austeramente, freddamente, senza sommis-

sione, ma anche senza speranza, © che ora, d’un tratto, è assalito dalla speranza, dalla speranza della guarigione, dall’ebbrezza della guarigione. Quale meraviglia, dunque, se molto c ’è irragionevole e folle emerga pure alla luce, e molto pure di quella volenterosa tene- rezza, sprecata in problemi irti di punte, che non sembrano amare d'essere accarezzati e allettati? Tutto questo libro altro non è che letizia, dopo lunga rinuncia e impotenza, altro non è che la giocondità della forza rinnovellata, della fede nuovamente desta, nel domani

F. Nierzscnre La gaia scienza. 1

erge cli E i e €,

LA GAIA SCIENZA

1 dopodomani, del sentimento improvviso e del presentimento de 3 sa l ‘sue avventure prossime, coi suoi mari novella- dell ASVONITO; face ète, anche una volta permesse, anche mente aperti, con le suo mete, mon lieto Ri una volta credute. E quante cose omal BIAODIAnO: AR e mie spalle! Questo pozzo di deserto, fiacchezza, ineredu ità, conge- lamento in piena giovinezza, questa precoce senilità incuneatasi indebitamente nella vita, questa tirannia del dolore, superata an- cora dalla tirannia dell'orgoglio che respinge le conseguenze del dolore, e le conseguenze sue sono le uniche nostre possibili conso- lazioni, questo radicale isolamento a difesa contro un disprezzo degli uomini, divenuto perniciosamente illuminato, questa fondamen- tale restrizione a ciò che la conoscenza ha d’amaro che d’aspro e di malefico (una restrizione la quale imponeva il disgusto, nato len- tamente da una dieta spirituale e da una viziatura senza prudenza, la quale cosa si chiama, appunto, del romanticismo —): ahimè! chi mai potrebbe sentire, insieme a me, tutto questo? Ma chi ciò po- tesse, ben mi concederebbe il merito di alcunchè più che d'un po’ di follia, di sfrenatezza e di gaia scienza ,, di quel manipolo, ad esempio, di canzoni, che questa volta sono aggiunte al volume, di can- zoni, nello quali un poeta si diverte alle spalle degli altri poeti, in guisa difficilmente perdonabile. Ma, ahimè, non è soltanto sui poeti e Dei SS che questo resuscitato deve sfogare ni. O Dar sa di quale mai specio è la vittima che ì ntuscnonia rr SI materiato di parodia, fra breve, libro meditabilo e ai Ù siasi ) e Dot re pn cosa di esclusivamente Sa n 2 puro 1a guardia! Qualche rodia, non dubbio a lvo si annunzia: incipit pa-

2,

n Ma lasciamo, dun mai se il signor Ni conosce ben poche lazioni fra la salute

que, cotesto signor etzsche sia risanato Questioni tanto attr

mali, addurrà neces na atosofa, ondo

De Sari sità scientifica. iO na

Nietzsche: che c’importa o meno?... Un psicologo aenti, quanto quelle delle re- nel caso ch'egli stesso si am- a malattia tutta la sua curio-

necessario che abbia anch a e pure, in n che la Filosofia della propri , in cid un elia propria persona: ep-

Sensibile differenz

a Imun individuo, sono i difetti In vece, le sue ricchezze e le

TANZI TE IONE STI, MPV RR IPO PAPERE TIT

PROEMIO 3

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sue forze. Il primo ha bisogno della sua Filosofia, sia come freno cal-

mante medicamento, sia come liberazione sollevazione e oblio di x medosimo; nel secondo, essa la Filosofia, altro non è che un lusso, e

nella migliore ipotesi, la voluttà di una gratitudine trionfante, la | quale deve alla fine incidersi ancora in maiuscole cosmiche nel cielo | dello Idee. Nell’altro caso, ben più abituale, invece, allora che la necessità delle circostanze conduce alla Filosofia, come avviene in tutti i pensatori ammalati, e, forse, i pensatori ammalati pre- dominano nella storia della Filosofia, che cosa mai avverrà del ponsiero stesso, quando esso soggiaccia alla pressione della malattia? I È questa la domanda che si riferisce al psicologo; ed in questo caso l’esperienza è ben possibile. Nella stessa guisa che un viag- giatore fa, il quale si propone di svegliarsi a una data ora, e quindi si abbandona tranquillamente al sonno: così noi filosofi, ammesso che si cada ammalati, ci affidiamo per un certo tempo, corpo e anima, alla malattia, e chiudiamo, in qualche maniera, gli occhi, dinnanzi a noi. È come quegli sa che qualche cosa n0n dorme, che qualche cosa conta le ore e non mancherà di destarlo, così noi pure sappiamo che il momento decisivo ne troverà svegliati, © cho allora qualche cosa sbalzerà fuori e coglierà lo spirito in fla- grante, sul punto, cioè, d’infiacchirsi o di rassegnarsi o d’indurare o di solidificarsi, o di soggiacere a quali altri mai sieno i mali dello spirito che, durante i giorni di salute, contro di hanno l’orgoglio stesso dello spirito (poichè è ben vero l'antico dettato: “lo spirito superbo, il pavone e il cavallo sono i tre più orgogliosi animali della terra Db Dopo una tale interrogazione di stessi ed una simile tenta- zione, si apprende a gettare uno sguardo più sottile verso tutto che sino ad oggi è stato filosofato; e meglio che prima s'indovina quali sieno gl’involontari doviamenti, lo vie appartate, gli angoli del ri- poso, i luoghi soleggiati del Pensiero, nei quali gl’ideologi softe- renti, appunto perchè sofferenti, sono condotti ed allettati; ben si sa ora, dove incoscientemente il corpo ammalato ed i suoi bi- sogni urgano spingano e attirino lo spirito, verso il Sole il silenzio la mitezza la pazienza il rimedio il ristoro, in quale sia mai significato. Ogni Filosofia che sollevi la pace più alto che la guerra, ogni etica con una concezione negativa dell'idea di feli- cità, ogni metafisica 0 fisica che conosca un fine, uno stato defini- tivo di qualsivoglia specie, ogni aspirazione, preponderantemente estetica o religiosa, a qualche cosa di speciale, a un di là, a un

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4 È LA GAIA SCIENZA

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di fuori, a un di sopra, autorizza la domanda, se non, per avven- tura, la malattia stessa sia stata quella ch ebbe a Inspirare il filo- sofo. L’inconsciente travestimento dei bisogni fisiologici sotto il manto dell’Oggettivo, dell’Ideale, dell’Idea Pura, giunge lontano sino alla paura, e molto spesso lo mi sono chiesto se, general- mente, la Filosofia non sia stata sinora che una interpretazione del corpo e un malinteso dello stesso. Dietro le più alte valutazioni, dalle quali è stata sinora guidata la storia del pensiero, si nascon- dono alcuni malintesi d’indole fisica, sia d’individui che di classi e che di razze intere. Onde ci è dato di risguardare sempre, tutte coteste audaci follie della metafisica, e in ispecie le loro: risposte alla que- stione del Valore dell’esistenza, anzi tutto, quali sintomi di corpi determinati; e se pure tali affermazioni o tali negazioni della Vita non abbiano, dal punto di vista della Scienza, la minima impor- tanza, offrono tuttavia allo storico e al psicologo ben più preziosi indizi, essendo esse, sintomi del corpo, del suo prosperare o non pro- sperare, della sua pienezza, della sua potenza, del suo dominio di stesso nella Storia, come pure delle sue soste, delle suo stan- chezze, dei suoi impoverimenti, del suo presentimento della fine, della sua volontà della fine. Io aspetto pur sempre ancòra che un me- dico filosofo, nel senso eccezionale della parola, uno di coloro che perseguono il problema della salute generale del popolo, del- l'epoca, della razza, dell'umanità, abbia una buona volta il co- raggio di spingere alla sua suprema conseguenza la mia ipotesi, ed osì esporre questa idea: Da tutti i filosofi, sino ad oggi, non pertrattato di Verità ,, ma di ben altra cosa, diciamo, ad

esempio, di salute, d’avvenire, d’accrescimento, di potenza, di Vita... a.

sa Ben g’indovina ch'io non amer

di prendere congedo da quel tempo

vantaggi neppure Oggi sonosì per

ei, con l’ingratitudine in cuore, di così grave malessere, i cui isa ch'i me ancora. esauriti; nella stessa Se io sono abbastanza cosciente dei vantaggi che, per la mia Sofi n salute, godo sopra tutti ì rachitici dello spirito. Un filo- °, che sia proceduto, e {uttavia a molte sanità, è

Ì ncòra proceda, a traverso a i passato, necessariam ia Fi- losofie: egli ente, anche per altrettante

suo stato,

A, Dai altra cosa fare, che trasmutare, ogni volta, il Mella Iorma e nella lontananza, più spirituali, la quale

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PROEMIO 5

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arte di trasfigurazione è appunto Filosofia. Non è libero a nei filo-

sofi di separare il corpo dall'anima, come fa il volgo, e ancora

- meno, di separare lo spirito dall'anima. Noi non siamo rane pen- satrici, apparati di oggettivazione e di registrazione, dalle vi- scere di ghiaccio, noi dobbiamo incessantemente partorire i nostri pensieri dal nostro dolore, e dare loro, maternamente, ciò che in noi è di sangue, di cuore, di fuoco, di piacere, di passione, di tor- mento, di coscienza, di destino e di fatalità. Vita è per noi, il mu- tare in luce e fiamma tutto ciò che noi siamo e tutto ciò che ci tocca, senza mai poter altro fare. E per ciò che si riferisce alla ma- lattia, non saremmo noi, forse, tentati di chiederci, s'essa, in generale, non sia inevitabile? Solo il grande dolore è il supremo liberatore dello spirito, il maestro del grande sospetto, che d'ogni U fa un'X vera e genuina, la penultima lettera, quella, cioè, la quale procede prima dell'ultima... Solo il grande dolore, cotesto lungo e lento dolore che consuma il suo tempo, nel quale noi a nostra volta ci consu- miamo come se abbruciassimo alla fiamma di verde legna, cotesto dolore costringe noialtri filosofi a discendere nello nostre ime profondità e a bandire da noi ogni confidenza, ogni bontà, ogni cosa velata, ogni dolcezza ed ogni mediocrità, nelle quali forse prima noi avevamo riposto la nostra umanità. To dubito che un tale dolore renda migliori , —; ma io so ch’esso ci rende più pro- fondi. Sia, quindi, che noi si apprenda a porgli a riscontro la nostra ficrezza il nostro scherno la nostra forza di volontà, e che operi a simiglianza dell’Indiano selvaggio, il quale, malgrado la sua tor- tura, si vendica del suo carnefice con la perfidia della sua lingua; sia che, dinnanzi al dolore, noi ci ritiriamo nel Niente orientale, usa chiamarlo Nirvana, nella muta dura e sorda dedizione di sè, nell'oblio di sè, e nella soppressione di medesimi: sempre ri- 5 viene, da cotesti pericolosi esercizì di autodominazione, come un i altro uomo, con più alcuni punti interrogativi, e sopra tutto con la volontà d’interrogare, d'ora in poi, ben più che prima non si

avesse interrogato, e più profondamente più rigidamente più ma-

sr lignamente e più silenziosamente di prima. Ciò è appunto, avere i confidenza nella Vita: la Vita stessa è divenuta un Problema. —. Ma non si creda, però, che uno, per tal modo, sia potuto divenire .

| misantropo! Lo stesso amore della Vita è. possibile ancéra, sol-

tanto la si ama differentemente. Il nostro, è come l’amore per una

7 donna, che si sospetti... Pure, il fascino di tutto ch'è problematico,

LA GAIA SCIENZA

i la gioia derivata dalla X, sono troppo grandi, in questi uomini più s spirituali e più intellettuali, perchè cotesta gioia non trapassi sempre novellamente, come una chiara fiamma, sopra tutte le angustie di ciò ch'è problematico, sopra tutti i pericoli dell'incertezza e sopra la gelosia stessa dell'amante. Noi conosciamo una felicità novella...

È: 4.

Finalmente, che ciò ch'è essenziale non mi rimanga nella penna: si ritorna, da cotesti abissi, da coteste gravi malattio, e dalla ma- lattia del grave sospetto, come rinati, come se si fosse mutata la pelle, più sensibili, più maligni, con un più fine gusto per la gioia, con una lingua più tenera per tutte le cose buone, con sensi più alacri, con una seconda e più pericolosa innocenza nella liotezza ; più infantili, e pure, cento volte più raffinati che mai prima non siamo stati. Ah, come il godimento vi è allora ostico, il godimento rozzo greve e grigio, quale è inteso dai gaudenti, dallo nostre persone colte ,, dai nostri ricchi o dai nostri reggitori ! Con quanta malignità noi prestiamo l'orecchio, allora, al grande stambur- tamento da fiera, per il quale “l’uomo colto , © il cittadino delle grandi città, auspici le bevande spiritose, si lasciano inebriare dal- i ora sa. Do e dalla Musica, per soddisfare agli spirituali di- ERE, ds ee il Suo di passione del teatro ci strazia gli Ro seno differente dal nostro gusto tutto

e i © questo tumulto dei sensi, che la plebe

A A cn E SERIA POLAZIONE alla subli-

noi convalescesti e 080 malun Arto sia necessaria a

gera, scorrevole dai ie, un Arte maligna, log-

sfolgoreggi me una viva o di vento SRO qualo tutto: un'Arte per gli artisti SR In un cielo senza nubi. Anzi | meglio conosciamo ora ciò che 4 ER SES gli artigli 0 luogo, la serenità, ogni o 23 Arte è necessario, in primo ed io vorrei dimostrarlo No; i SUA miel!, pure se siate artisti —: n Dia alcune cose troppo bene,

e apprendiamo noi, quali artisti,

= . ° Ber fore nol sapienti: ‘obliare ed il Bene ; x Ò ene 1enor: 1 LAO avvenire: diffic Snorare! E per quanto si riferisce al nostro

e sve > DA lare e scoprire e mettere in piena luce

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ciò che, per buone ragioni, è tenuto celato. No, cotesto cattivo gusto, cotesto volere di Verità, di Verità a qualsiasi prezzo », cotesta follia giovenile nell'amore della Verità, ci è insopportabile : noi siamo troppo esperti, per ciò, troppo serì, troppo allegri, troppo provati dal fuoco e troppo profondi ... Noi non crediamo più che la Verità resti Verità, se le sia tolto il suo velo; abbastanza ab- biamo vissuto, per poter credere ciò. È pura questione di costu- matezza, se oggi non vogliamo vedere tutto nudo, se non vogliamo assistere ad ogni evento, comprendere tutto tutto sapere ». “È vero che Dio è onnipresente? chiese una bambina a sua madre: ma ciò mi sembra essere tanto sconveniente! , un ammo- nimento ai filosofi! Si dovrebbe onorare meglio il pudore, onde la Natura si veste, a nascondersi dietro gli enigmi e le variopinte incertezze. La Verità è, forse, una femmina, che ha delle ragioni di non fare scorgere le proprie ragioni? È, forse il suo nome, per dire in greco, Baubo?... Ob, cotesti Greci! essi ben comprendevano ciò che significasse vivere: per ciò importa assai di rimanere valo- rosamente alla superficie, di attenersi allo pieghe esteriori e al- l'epidermide, di adorare l’esteriorità, di credere nella forma, nei suoni, nelle parole, in tutto l'Olimpo dell’Apparenza! Cotesti Greci erano superficiali nella profondità! E non li raggiungeremo noi, rodomonti dello spirito, che già abbiamo superato la vetta più alta e più pericolosa del moderno Pensiero, affine di riguardare, dal- l'alto, in torno e a’ piedi? Non siamo noi, appunto per ciò, del Greci? Adoratori delle forme, dei suoni, delle parole? E per ciò appunto Artisti?

Ruta PRESSO GENOVA,

nell'autunno dell’anno 1886.

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Assaggiate i miei cibi, o mangiatori! poi che domani saranno migliori, e dopodomani, eccellenti! Chè, se di più ne chiedete, ben sette